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Quelli di Franco Fontana_AD OCCHI CHIUSI

2025-09-17 16:31

Riccardo Pieroni

PRESENTAZIONI IN LIBRI E CATALOGHI,

Quelli di Franco Fontana_AD OCCHI CHIUSI

Presentazione della Mostra Franco Fontana & Quelli di Franco Fontana, a cura di Riccardo Pieroni, Roma, Dioscuri al Quirinale, 2014

AD OCCHI CHIUSI

 

 

Da tanti anni insegno fotografia. Nel corso delle lezioni guardiamo e commentiamo fotografie e immagini di ogni epoca, prodotte con ogni tecnica. Cerco di non imporre mai interpretazioni definitive, ma di giocare sulla molteplicità dei significati che ogni immagine può suggerire. Le discussioni in classe sono sempre stimolanti e produttive e al termine di ogni incontro ho la chiara sensazione che un piccolo tassello di consapevolezza si sia aggiunto a quelli precedenti. I ragazzi della mia scuola, l'Istituto di Istruzione Superiore Statale "Roberto Rossellini", saranno i professionisti di domani e sento di avere una responsabilità nel conciliare l'aspetto tecnico con quello concettuale. Credo che la fotografia italiana si sia distinta, soprattutto dal secondo dopoguerra, per essere una fotografia riflessiva. Mentre si lavora, si pensa anche al perché e al come. Questo conferisce alle immagini una "densità" che pochi altri possono vantare.

 

Sono stato coinvolto, con grande piacere, nella cura della tappa romana di "Franco Fontana e Quelli di Franco Fontana". Confesso che la prima tentazione è stata quella di affrontare il tema dell'insegnamento e di rilevare l'importanza di Franco Fontana non solo nel promuovere la fotografia, ma nel realizzare un modello didattico incisivo e stimolante, teso a estrarre da ogni partecipante ai corsi la parte più personale. Presto ho però capito che una riflessione su questo tema sarebbe stata del tutto inutile, perché la prova dell’efficacia del metodo sta proprio nelle immagini che sono esposte nella mostra, ed è di queste che ci dobbiamo occupare.

Qualche anno fa, quando chiedevo ai ragazzi "cosa è per te la fotografia", la quasi totalità delle risposte poteva essere riassunta nel semplice concetto "la tecnica che mi permette di riprodurre e ricordare ciò che è fuori di me, il mondo".

Per fare un confronto, riporto, solo a titolo di esempio, alcune risposte emerse nei primi giorni di scuola del 2013.

"Un' interpretazione della realtà", " Una sicurezza, tutto quanto cambia continuamente, e la fotografia è una cosa che ci portiamo per sempre con noi", "Ciò che permette all’uomo di essere padrone del tempo", "Una parte del nostro carattere",  "Un modo di vivere giornaliero: io cammino facendo le cose di ogni giorno, riesco a vedere, a inquadrare con gli occhi, quella che potrebbe essere una foto e penso che le altre persone che non sono fotografi non hanno mai fatto un'esperienza del genere",  "Fotografando puoi perfezionare le cose".

Come si vede, oggi, la domanda "cosa è per te la fotografia", produce una serie di risposte che possono essere riassunte in "ciò che permette di esprimermi". Una rivoluzione!

 

Guardo, con questa esperienza, le immagini della mostra. Le ho davanti a me, sfoglio le cartelle nel mio computer e penso che siano tutte diverse. Ogni fotografo ha seguito una strada, ha elaborato un progetto, ha prodotto dei risultati che si distinguono nella loro singolarità.

Chiudo gli occhi e mi chiedo che cosa unisca tutte queste diverse esperienze, se ci siano dei fili conduttori, delle costanti attraverso le quali ordinare le immagini (il curatore pensa di essere un ordinatore…).

Mi sembra, ad occhi chiusi, di avere davanti a me la sintesi del percorso di cui parlavo prima: la fotografia che attraversa un passaggio epocale da strumento di rappresentazione del mondo a strumento di rappresentazione di se stessi. In questo attraversamento ci sono due temi che risultano centrali e interconnessi: il territorio e l'identità. Non è un caso. Parlo di "territorio" e non di "spazio" perché mentre lo spazio è comunemente pensato come qualcosa di esterno a noi, qualcosa in cui ci muoviamo, il territorio è invece connesso con la nostra vita ed è contenuto in noi come spazio mentale, frutto delle relazioni, degli scambi, del complesso di significati che abbiamo costruito nel corso della vita, nostra e di coloro che ci hanno preceduto. Non si tratta quindi di uno spazio metrico, ma di uno spazio interiorizzato. Per questo il territorio non è che uno degli aspetti della nostra individualità, della nostra unicità, parte di un tutto più ampio in cui è inserita la nostra identità.

Chiudo ancora una volta gli occhi per riflettere su un altro aspetto. Che cosa unisce, in tutta questa differenza, le immagini? Cosa hanno in comune i fotografi di questa mostra? La forte intenzionalità formale.  Dare una forma alle proprie visioni, mettere in pagina lo sguardo, cercare un equilibrio nel grande accumulo di percezioni a cui siamo sottoposti. Forse è proprio questo il ruolo della fotografia. La fotografia può non essere un mestiere, può essere un raffinato, profondo, stimolante percorso di avvicinamento al mondo e a se stessi fino a trovare quell'attimo di soddisfazione, di equilibrio, di perfezione che si esprime in una forma. La fotografia come atto sintetico.

Guarda caso, nel momento in cui riapro gli occhi, vedo proprio le fotografie di Franco Fontana. Sempre legate ad un territorio, sempre espressione di una forte individualità, sempre dotate di una forma decisa. Ritrovo quindi a sorpresa, il senso dell'insegnamento: non dire cosa fotografare, non dire come, non stabilire i significati, ma avviare una ricerca sul rapporto tra il dentro e il fuori di noi che assumerà una forma nelle immagini che saremo in grado di produrre.

E gli osservatori?

Ecco il nodo. Qualcuno resterà deluso, ma occorre dirlo: è l'osservatore che fa la fotografia. I nostri sforzi per dare una forma all' immaginazione si esauriscono nel momento in cui ci stacchiamo dalle nostre immagini e le ridiamo al mondo da cui sono venute, oggetti tra gli oggetti. Sarà chi le guarda a stabilire quale significato hanno, sarà chi le usa a determinare un nuovo contesto in cui le immagini acquisteranno una nuova forza e una nuova vita. Sono figli che diventano grandi, parti di noi che diventano autonome.

Ma il fotografo resiste, vorrebbe che il complesso di riflessioni, di progetti, di scelte che è sotteso alle proprie immagini, sia visibile, sia compreso. Cerca di indirizzare l'osservatore verso sé stesso, prima ancora che sull'immagine che ha prodotto. Da questo tentativo nasce la necessità della mostra e del progetto di una mostra.

La mostra collettiva è tradizionalmente composta da una somma di spazi individuali misurati in metri quadrati. Il visitatore passa davanti a "finestre" ognuna delle quali lo proietta in un mondo autonomo. Ma … una mostra non è un semplice aggregato di immagini. È un insieme strutturato, dove convivono storie diverse. È una macrostoria che contiene numerose microstorie. La mostra come ipertesto, dove l’itinerario suggerito vuole stimolare la ricerca di altre, più personali, vie d’accesso. Quale è la storia che voglio raccontare? È la transizione da una fotografia intesa come sguardo esterno a una fotografia diretta verso sé stessi. È la storia dell'occhio come mediatore tra interno ed esterno, con tutte le problematiche tecniche e formali che questo passaggio comporta.

È il contesto che fa vivere una foto. È il contesto che delimita il campo dei possibili significati e indirizza l'osservatore. Scelgo quindi una via poco seguita, ma, credo, inevitabile. Fare in modo che ogni lavoro individuale serva da contesto per gli altri lavori. "Quelli di Franco Fontana" formano un gruppo eterogeneo, ma comunicante.

Siamo fotografi. Siamo specialisti dell'occhio. Sappiamo che la condizione principale perché il nostro occhio possa vedere è il contrasto. Sappiamo che il contrasto simultaneo esalta e differenzia le caratteristiche di due superfici vicine.

Ecco, voglio comporre una mostra in cui ogni immagine aiuti l'altra ad emergere nella sua specificità, ogni autore permetta all'altro di essere visto.

Le fotografie non vivono però sospese in un vuoto. Anche il luogo è contesto. Gli spazi in cui è realizzata la mostra sono molto articolati e a volte rischiano di essere dominanti rispetto alle immagini, non sono "neutri". Dal dialogo tra immagini e spazio nasce la suddivisione della mostra in cinque tappe, cinque storie, ognuna con soluzioni espositive diverse, ma tutte miranti a creare un dialogo significativo tra le fotografie.

Siamo pronti per la visita.

A occhi aperti!

UNA VISITA GUIDATA

 

 

 

Cinque stanze consecutive.

 

La nervatura dell'itinerario è costituita dalle immagini di Franco Fontana. Ai lati delle porte, la loro presenza segna il percorso secondo una progressione che va, per gradi, verso una crescente astrazione fino ad arrivare alla purezza assoluta di due superfici colorate simmetriche. Non sono in ordine di data (non è il tempo lineare dell'orologio che ci interessa), ma seguono la tensione di una ricerca che mira all'essenziale.

 

 

Sala 1

Uno sguardo neutro?

 

La terra è ormai un territorio urbanizzato. La camera oscura è una macchina per disegnare prospettive. Città e fotografia sono entrambe frutto di una sintesi tra naturale e artificiale.

Franco Sortini, nella più pura tradizione della fotografia d'architettura, applica la prospettiva centrale, di origine rinascimentale, come metodo per cercare l'ordine nel caos.

Luca Bucchianeri sceglie la notte per disegnare i contorni scultorei delle sue fabbriche minimizzando l'impatto negativo sul paesaggio.

Massimo De Gennaro si confronta con Venezia alla ricerca della luce artificiale nell'elemento naturale dell'acqua, rivelando la doppia natura della città.

Anche Mauro Faletti, che si allontana apparentemente dall'ambiente urbano, usa la luce come strumento rivelatore delle strutture materiali del paesaggio dove la gravità e il vento producono sulla neve tracce leggere come la pelle su un corpo.

Interviene Lisa Bernardini, col suo uomo di spalle proiettato su un muro denso di segni di superficie, ma senza un punto di fuga, senza speranza di vedere oltre, a porre interrogativi sulla natura dello sguardo del fotografo.

E' uno sguardo neutro il nostro? E' la semplice registrazione del dato di fatto che seguitiamo a chiamare realtà? No!

Franco Sortini desatura i colori e riduce il contrasto tra figura e sfondo nel tentativo di arrivare al disegno della città lasciando trasparire, nelle sue vedute, il filtro di una inequivocabile cultura architettonica.

Il filtro della visione architettonica appartiene anche a Luca Bucchianeri, che arriva alla forma attraverso un annullamento dello spessore del fondo e dosando sapientemente il rapporto tra luci, ombre e colori, come in un disegno di progetto. Ribalta la prospettiva comune trovando il bello dove altri vedono inquinamento e distruzione del territorio.

Mauro Faletti è capace di trasformare la variabilità della luce di montagna in evento, qualcosa che accade improvvisamente davanti a suoi occhi e diventa definitivo nella completezza della forma.

La stessa mutevolezza che Massimo De Gennaro trova nei riflessi di Venezia che affronta con uno sguardo meravigliato e giocoso.

In qualche modo tutti sguardi lontani. Lo sguardo di chi prende la distanza per penetrare e capire.

 

Sala 2

Un po’ più lontano, un po’ più vicino

 

Per avvicinarci al mondo ci dobbiamo allontanare dalla città. Il mare, la campagna, la montagna, il cielo. Non si tratta di un semplice spostamento fisico, ma di un salto mentale tra le strutture compresse e organizzate dell’ambiente urbano e l’ampiezza, il tempo ciclico e dilatato, della natura. Tutto l’essere del fotografo viene coinvolto così da permettergli di ritrovare la sua unità.

Luca Brezigar sceglie la linea dell’orizzonte (ancora una volta un elemento cardine della prospettiva rinascimentale) per ancorare le sue memorie al luogo. Tre aree parallele (cielo, mare, terra) accolgono frammenti di sguardi vicini che provengono da momenti diversi dello stesso spazio. Si stabilisce così un legame tra la fisicità del luogo e l’interiorità del fotografo, memoria come stratificazione.

E’ proprio su questo tema che lavora Donata Pizzi che si reca nei siti in cui sono avvenute stragi ed omicidi. Il suo spostamento fisico “verso” il luogo da cui “trae” un’immagine istaura un rapporto di scambio che dà senso contemporaneamente al sito ed al lavoro della fotografa. Un ruolo che proprio perché intimo diventa sociale  in quanto permette di ri-conoscere il luogo in una memoria collettiva. Questa disponibilità all’incontro permette a Donata di usare metodi compositivi sempre diversi.

Rimane profondamente individuale la vicinanza alle cose di Fausto Corsini e Mauro Faletti. Uno col grandangolo, l’altro col teleobiettivo raggiungono un’identità con i luoghi che coincide con una loro trasfigurazione. Fausto raggiunge l’essenziale attraverso un approccio istintivo nella ripresa e togliendo la trama superficiale agli oggetti. Mauro, attraverso inquadrature estremamente misurate,  coglie le minime variazioni di superficie e arriva a interpretare una scrittura della natura.

Si può essere talmente vicini da compenetrarsi, in un processo di identificazione, con la terra. Francesca Della Toffola si autoritrae in sovrapposizione con gli elementi fondamentali: terra, acqua, aria e completando la quadricromia dei colori fondamentali della natura, giallo, verde, blu, con il fuoco rosso dei suoi capelli. Corpo tra i corpi e, quindi, anima nell’anima. Terra e corpo con una sola memoria, un solo linguaggio. Vicinanza come completezza… nel cerchio.

Novella Oliana asseconda la sua aspirazione ad entrare in una relazione intima con i luoghi con occhiate fugaci capaci di ridurre al minimo la quantità di segni e di esaltare al massimo il rapporto tra tenui superfici quasi monocromatiche. Al contrario, Luca Bucchianeri trova nei diaframmi chiusi, nei lunghi tempi di esposizione, nella grande capacità di dettaglio, un modo lento per assorbire gradualmente la complessità delle cose mentre avviene la loro trasformazione.

 

 

 

Sala 3

Punti di vista (pronti a guardare)

 

Andrea Simeone ha l’occhio del girovago. Non sa cosa registrerà la sua macchina fotografica, ma sicuramente sarà frutto della sua disposizione a guardare. I suoi occhi vanno incontro alla gente e quello sguardo ritorna indietro moltiplicato in intensità e sincerità.

Al contrario le immagini di Lisa Bernardini sono la registrazione di una installazione che prevede un personaggio ricorrente (la proiezione dell’osservatore e/o del fotografo nel quadro) e un minimondo costituito da porte impenetrabili allo sguardo o da superfici che rimandano ad un altrove. Immagini costruite, ma per questo, senza tempo e, forse, senza “un”soggetto. Nel nostro percorso, Lisa  suggerisce il passaggio verso una fotografia impegnata a parlare di se stessa e a confermare la sua possibilità di esistere al di fuori di una realtà data.

Così anche Franco Sortini si concede momenti di eccezione rinunciando alla prospettiva centrale e alla frontalità per sperimentare la ricchezza di vedute laterali, dove numerosi elementi entrano in relazione in uno spazio improvvisamente più profondo.

Talmente profondo da poter essere penetrato fino ad arrivare ad un ribaltamento di prospettive e di ruoli. La macchina fotografica si rende autonoma dal fotografo e Michele Berti accetta le immagini che essa gli invia come testimonianze di un altro mondo. Un mondo totalmente esteriore fatto di oggetti situati in uno spazio mai direttamente sperimentato dall’uomo eppure direttamente connesso con la vita quotidiana che può essere indagata solo attraverso una molteplicità di sguardi.

E’ proprio il ricorso ad un punto di vista mobile che rimette in gioco le immagini di Donata Pizzi, la quale, nel suo spostarsi alla ricerca della memoria dei luoghi, spesso fa ricorso al dittico per mostrare la leggera sfasatura tra visione e ricordo.

Così anche il lavoro di Ulderica Da Pozzo, che viaggia nei luoghi dell’abbandono, è basato sull’accumulo di testimonianze visive delle tracce del passato. Solo una moltiplicazione degli sguardi, un mettersi di fronte alle cose, a tutte le cose, diversificando le prospettive e le distanze, permette di recuperare informazioni e di strappare all’oblio ogni piega della materia.

 

 

 

Sala 4

Luce

 

E’ la luce a dirci tutto delle persone ritratte da Alex Mezzenga. Lui stesso si sottopone al “trattamento” di due ombrelli simmetrici per non lasciare nessuna piega della pelle, nessuna traccia del vissuto, nascosta allo sguardo. Il bianco nero, l’alto contrasto, il nome che identifica la persona tracciato sul corpo come un segno indelebile, non lasciano dubbi: tutta l’informazione in un unico sguardo. E’ la legge del fotoreporter.

Non sempre la luce è così “lampante”. Massimo De Gennaro la cerca nel buio e la sdoppia nel riflesso così da restituire una molteplicità variabile di piani nello spazio. All’opposto, Novella Oliana abbaglia l’osservatore con una luce uniforme e aerea che consente solo piccoli scarti di densità alle superfici per differenziarsi. Massimo e Novella usano un metodo opposto per narrare del loro rapporto ugualmente intimo con lo spazio.

Fausto Corsini, invece, provoca uno shock visivo nell’osservatore. Una luce secca e decisa annulla tutti gli elementi di riconoscibilità immediata degli oggetti. Una gamma ridotta a tre toni pone interrogativi su cosa stiamo realmente guardando. L’immagine diventa indipendente dall’oggetto rappresentato.

Michele Berti usa la luce avvolgente della pubblicità in modo ironico e distaccato. Nei suoi mondi a sorpresa tutto è visibile, leggibile, chiaro. Ma… abbiamo la sicurezza che sia anche “vero”?

Più rassicurante, Ulderica Da Pozzo usa la luce naturale dei luoghi per avere una certezza della loro esistenza e ricostruire una unità tra oggetto, rappresentazione e costruzione della memoria. La fisicità delle cose, resa concreta dalle ombre, ci dice che non viaggiamo in un sogno, ma all’interno di un flusso temporale che la fotografia ha il compito di registrare.

 

Sala 5

Siamo, non siamo, chi siamo?

 

Tutti in questa sala sanno di essere ripresi, vogliono essere fotografati.

Alex Mezzenga propone il gioco dell’identificazione. La maschera che ognuno indossa è il proprio nome, un disegno che si sovrappone fisicamente al corpo. Un atto, quello di scriversi, che è una dichiarazione di disponibilità in un’epoca in cui predomina il ripiegamento e la chiusura. Un atto che va fatto insieme ad altri (è difficile scrivere su se stessi allo specchio) e che testimonia della componente sociale di questo gioco del riconoscimento.

Andrea Simeone arriva in India per trovare i volti del suo sud. Li riconosciamo sotto lo strato di colore che hanno applicato in occasione della festa (ancora il gioco). Le pose sono assunte per il fotografo interrompendo per un attimo il ritmo della giornata. Attraverso questa sospensione temporale, il fotografo è nelle foto come i soggetti che rappresenta. Sembra quasi che sia stato ri-conosciuto.

Ecco che emerge la doppia funzione della maschera: sembra nascondere, ma in realtà rivela. La sua azione tranquillizzante permette al soggetto di far emergere la parte più intima di sé.

Ecco, forse, la vera funzione della macchina fotografica, la maschera che indossiamo per nascondere il nostro volto e contemporaneamente mostrare la nostra disponibilità e la nostra interiorità.

Solo nelle foto di Francesca Della Toffola la maschera delle sovrapposizioni ci impedisce di afferrare il volto della persona. Segno di una totale identificazione tra esterno e interno, tra corpo e anima, tra visibile e invisibile. L’atto stesso del fotografare diviene un atto di rivelazione in cui la fotografa, mettendosi in gioco in prima persona, trova una sua ragione di esistenza.

 

 

Dalla sala 5 alla sala 1: rivedere la mostra al contrario.

Cosa accadrà nei nostri occhi?

 

 

 

 

 

In Franco Fontana & Quelli di Franco Fontana, catalogo della mostra a cura di Riccardo Pieroni, Roma, Complesso monumentale dei Dioscuri al Quirinale, 12-19.9.2014

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