PAESAGGI IMMAGINARI
Sono rimasti in pochi al mondo a pensare che la fotografia abbia a che fare con la realtà (forse solo i periti delle assicurazioni). Eppure, per realizzare un’immagine fotografica occorre che qualcosa di “materiale” compaia davanti all’obiettivo. Dico “materiale”, non dico “reale”. Il problema che si pone non riguarda la natura della fotografia, ma l’idea che ci siamo costruiti della realtà. Per molto tempo si è pensato che la realtà fosse qualcosa di esterno a noi, in cui siamo immersi e che possiamo esperire con i sensi. Oggi pensiamo (forse in modo antiscientifico o secondo una nuova scienza...) che la realtà sia un prodotto di ciò che è interno a noi, per cui possiamo accettare che esistano molte realtà, che possano mutare nel tempo e che l’unica certezza sia il non avere certezze.
La fotografia, già ai suoi esordi si era scissa tra un’adesione ai dati del visibile (che porterà, per esempio, alle prime campagne di documentazione del territorio) e la creazione di “scene” create per l’obiettivo (i fondali con vedute dipinte negli studi per ritratto) o ricostruite in fase di elaborazione e stampa (come la famosa “Fading Away” di Henry Peach Robinson del 1858, prodotta con l’unione di più negativi). Del resto, il fatto stesso che la fotografia nasca in bianco/nero e assuma diverse intonazioni dovute al viraggio o alla tipologia dei trattamenti, stabilisce immediatamente una distanza col visibile e “prendere” una fotografia si ascrive più ad un processo di schematizzazione e idealizzazione che ad una tecnica di riproduzione.
Viene così posto, sin dai primi anni, il tema del rapporto tra visione e verità: sia l’immagine fotografica che l’immagine ottico/psichica prodotta nell’occhio umano sono solo momenti di una costante ricerca in cui l’uomo cerca un rapporto tra ciò che è esterno e ciò che è interno a sé.
Intorno a queste tematiche ruota il lavoro di Giordano Angeletti.
Proviamo a chiarire, attraverso la lettura delle sue immagini, quale sia la sua posizione. Mi sembra si possano individuare tre linee di ricerca. Il “reale” come sfondo (le finestre...). L’immaginario come inserto credibile (i ruderi...). L’immaginario come anomalia (gli alberelli e le porte sulle scale...).
Giordano opera in due fasi. La prima prevede la de-costruzione. Individuazione e isolamento di elementi primari dello spazio: alberi a rappresentare la natura antropizzata, capitelli-colonne-timpani come dichiarazione di discendenza dal classico e riferimento diretto all’architettura neo-classicista americana, panchina (sedere in tranquillità) e lampione (dare luce) come strumenti dell’osservazione. La seconda fase si concretizza in una ri-costruzione. Gli elementi si confrontano con lo spazio. Uno spazio come residuato di realtà, come distillato di memorie.
Queste due fasi portano ad un ribaltamento percettivo: gli oggetti creati hanno una maggiore consistenza materiale e “credibilità” degli sfondi.
L’uso del grande formato e di una luce piana e non problematica rende i dettagli perfettamente leggibili. Il mistero non è nel linguaggio usato ma nelle cose stesse. Questo impianto ricorda un po’ la serie televisiva “Ai confini della realtà” (The Twilight Zone, 1959...) dove situazioni inaspettate e improbabili venivano raccontate con un linguaggio visivo apparentemente privo di effetti, “normale”, in sintonia col cinema contemporaneo di impronta realistica.
Si tratta, nelle immagini di Giordano, sempre di una realtà “rifatta”... gli alberelli e i ruderi sono dei modellini, l’architettura è frutto di un’imitazione del “classico”. Del resto Giordano ha sempre avuto bisogno di costruire, di usare le mani, di manipolare materiali.
Dove ci portano queste immagini?
Da una parte si innesca un processo di straniamento, in cui l’osservatore si trova spiazzato rispetto all’interpretazione da dare al suo stesso sguardo. Dall’altra emerge l’ironia che riconduce al gioco, al divertimento, allo scherzo.
Così le fotografie di Giordano sono insieme il sintomo del nostro rapporto con la realtà (ci muoviamo in un mondo in cui niente è sicuro, stabile, definitivo) e la cura alla perdita di certezze e di identità. Immagini sospese tra materia e pensiero.
Riccardo Pieroni, 2019
In Giordano Angeletti, Paesaggi Immaginari, Catalogo della mostra, Roma, Ass.Cult. Tra le volte, ottobre 2019




