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RICCARDO PIERONI 

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LA VOCE DELL'ARCHIVIO

Quelli di Franco Fontana_L'ANIMA DELLA CITTA?

2025-09-15 23:47

Riccardo Pieroni

PRESENTAZIONI IN LIBRI E CATALOGHI,

Quelli di Franco Fontana_L'ANIMA DELLA CITTA?

Introduzione al catalogo della Mostra "Quelli di Franco Fontana", Roma. Palazzo Merulana, 2019

L’anima della città?

 

Stavolta Franco ha proprio esagerato! Il suo spirito provocatore non si è limitato a suggerire uno dei suoi abituali esercizi tesi a costringerci a vedere l’invisibile, ma ha dato proprio l’incorporeo “essere” di una città, la sua anima, come tema della mostra. E non bastava! Non una città qualsiasi... Roma! E ancora: la maggioranza dei fotografi coinvolti non vive a Roma! Implicitamente Franco Fontana ha così dettato due assunti: primo, che la città abbia un’anima, secondo, che la fotografia sia lo strumento adatto per rivelarla.

 

C’è un bellissimo scritto di Bruno Munari, Il vuoto tra le pareti, che descrive il giardino del tempio di Ryoan-ji  a Kioto. Nel giardino ci sono quindici pietre, ma da nessun punto di vista si possono osservare contemporaneamente. Ne risulta una decisiva separazione tra ciò che sappiamo essere e ciò che vediamo esistere.  Lo spazio è sostanzialmente inconoscibile nella sua totalità, nella sua essenza. Anzi è proprio l’impossibilità di raggiungere, con i soli occhi, la meta della conoscenza totale, il tema della meditazione di chi frequenta il tempio. La qualità portante dello spazio così concepito è il vuoto.

La fotografia è colpita nel vivo da queste osservazioni: essa lavora sul visibile, non possiamo riprendere ciò che non si trova davanti all’obiettivo, e sulla limitazione, ogni immagine è sempre un taglio, un frammento, una sezione di una continuità spazio/temporale. Per questo è naturale moltiplicare i punti di vista nel tentativo di colmare quel “vuoto” di conoscenza che nella tradizione occidentale corrisponde ad una perdita, ad una mancanza, ad una incapacità di controllo. La mostra di cui ci occupiamo coinvolge dieci fotografi, dieci sensibilità diverse, dieci anime che si sono confrontate con un tema così complesso.

Osservo i lavori in mostra e mi propongo di costruire un itinerario che possa dare un “ordine”, uno dei tanti possibili, alle immagini.

 

La prima cosa che mi colpisce è che ben tre degli autori presenti lavorino sul tema del bianco, cioè del vuoto.

Dario Apostoli opera per sottrazione. La luce crea uno sfaldamento dello spazio architettonico che perde progressivamente di materialità. Solo pochissimi elementi permangono sulla soglia della leggibilità. Resta l’uomo. Colto negli atteggiamenti elementari (stare, camminare, telefonare) è solo, senza possibilità di relazione, di scambio. Non persone, ma figure archetipiche, suggeriscono microstorie il cui evolversi è in un altrove non definito, oltre lo spazio fotografico che stiamo osservando. Immagini fortemente grafiche in cui l’ambiente urbano coincide col foglio di carta bianco su cui l’autore crea un instabile equilibrio tra togliere e disporre. Dario pone così in campo il tema dello spazio fisico dell’immagine, il rettangolo fotografico, come alternativo allo spazio della realtà.

Fausto Corsini porta alle estreme conseguenze il tema dell’autonomia dell’immagine. Annulla la “fedeltà” all’originale sottoponendo il materiale fotografico ad un trattamento anomalo. Rinuncia allo spazio organizzato, organico, ordinato della prospettiva per una completa destrutturazione dell’immagine. Costruisce dittici in cui non si nota nessuna corrispondenza di tipo formale tra le immagini. In ultima analisi, “svuota” la figura dell’autore dal suo ruolo di “costruttore”. I suoi dittici nascono per associazione spontanea, come i sogni. Unico elemento ordinatore, il numero di serie delle immagini, 1-2... 9-10, che rimanda ad una meccanicità del processo. Ha così traslato totalmente il tema dello spazio in quello del tempo.

Il tempo è alla base del lavoro di Tea Giobbio. Le statue del Museo Nazionale Romano, decontestualizzate in un vuoto fondo bianco che ricorda lo spazio della pubblicità, ci guardano con occhi contemporanei. Si crea così uno sfasamento, un ribaltamento prospettico, in cui il passato transita verso il presente. Nell’itinerario che stiamo seguendo, quello di Tea è il primo lavoro in cui si esplicita il rapporto con il classico come parte fondante dell’anima della città ed è significativo che tale rapporto non sia colto nei monumenti architettonici, ma nell’unicità delle persone ritratte. La pelle di marmo e gli occhi in movimento sono la sostanza fisica di una storia eternamente contemporanea.

Il lavoro di Giuliana Mariniello risolve il tema del tempo e della storia attraverso un’attenta e ironica scansione delle coincidenze tra elementi di epoche diverse. Le immagini di Giuliana sembrano quasi fotomontaggi per la sorpresa straniante degli accostamenti. Passato e presente sono sì contemporanei, ma lo possono essere perché fotografati: è nella particolare lettura della realtà che la fotografia offre che si concretizza la stratificazione fisica e culturale della città. Ecco dunque la funzione della fotografia come rivelazione.

Anche Francesca Della Toffola lavora per stratificazione: nelle sue immagini sovrappone la memoria della città alla sua memoria. Pone anche in essere una relazione tra storia e natura. E’ interessante come lavori sul tema del riflesso che per definizione è legato all’istante, al punto di vista e all’impermanenza. I suoi gioielli preziosi, le sue sfere d’acqua “da conservare” sono macchine per salvare i ricordi dal vuoto della perdita. L’acqua e la luce, entrambe variabili e instabili, rivelano inaspettate capacità mnemoniche.

Lisa Bernardini introduce nelle sue immagini della Fontana dei Fiumi di Piazza Navona impalpabili vibrazioni di luce e di colore nel tentativo impossibile di conferire all’acqua una concretezza fisica stabile. In questo caso il tema della stratificazione culturale (la Fontana del Bernini come passaggio dal mondo classico al barocco, dalla natura all’architettura) è visto come flusso continuo, inarrestabile.

E’ proprio la consapevolezza dell’impianto culturale sotteso alla fotografia che spinge Franco Sortini a reimpostare il discorso sullo spazio fotografico. Abituati alle sue immagini giocate sulla frontalità, sull’apertura delle inquadrature e sulla de-materializzazione delle superfici urbane, sorprende in questo lavoro l’uso di un piano intermedio tra noi e la città. Le sue camere con vista alludono in modo esplicito alla finestra prospettica rinascimentale e pongono in essere un rapporto tra esterno (cosa vediamo) e un interno (da dove vediamo) che è alla base della tradizione d’immagine occidentale. I luoghi classici della città sono inquadrati ruotando intorno al “centro” come se lo spazio della storia fosse racchiuso da mura permeabili, anch’esse portatrici di tracce stratificate, di vita in atto.

La prospettiva può essere intesa come un allontanamento, una presa di distanza tesa all’ordine e quindi come una “veduta”. Così possiamo comprendere i lavori di Massimo De Gennaro e Roberto Mirulla.

Massimo De Gennaro si dispone alla scoperta passeggiando: le sue immagini sono composte in modi sempre diversi. L’esplicita volontà di Massimo di far riferimento ai vedutisti e a Piranesi ci permette di parlare del cielo di Roma che non è e non sarà mai più lo stesso, dati i cambiamenti climatici in corso. Un unico, agitato fondo grigio di nuvole, molto diverso dalla leggerezza e trasparenza dei cieli nelle vedute di Van Wittel, percorre tutte le foto di Massimo conferendo unità e attualità al lavoro. Scopriamo un’anima naturale della città indipendente dalle vicende storiche.

Il lavoro di Roberto Mirulla inserisce Roma in una dimensione cosmica, parte di uno spazio più vasto, di un vuoto siderale. Le stelle, da sempre usate per orientarsi, vengono colte attraverso il movimento della terra producendo così un dis-orientamento, una mancanza di stabilità. Una città in viaggio nello spazio. Si toglie così alla storia il valore di stabilità, di sicurezza tranquillizzante. Forse è questa una delle anime contemporanee di Roma che si porta dietro i suoi “resti” antichi senza la percezione della meta.

Siamo ormai pronti a terminare il nostro itinerario con Alex Mezzenga. Le sue immagini si collocano al polo opposto e simmetrico del lavoro di Dario Apostoli. Da una parte il minimo di densità del bianco, dall’altra il massimo di densità del nero. In entrambi i casi dal vuoto dell’indistinto emergono uomini e donne colti in una gestualità elementare, quasi insignificante. Ma, nelle foto di Alex, accade qualcosa di inaspettato: il raggio che rivela solo una delle persone presenti in scena è una luce artificiale che si contrappone per direzione e intensità a quella naturale. Ognuno porta con sé la propria luce. Tra uomo e ambiente, tra persona e società, si è ormai creata un’insanabile frattura che solo la fotografia può ricomporre attraverso un processo di de-costruzione (ombra) e ri-costruzione (luce/madre). Per frammenti, per parziali emersioni, possiamo avvicinarci all’anima molteplice di una città invisibile. Senza mai riuscirci pienamente.

 

Riccardo Pieroni, 2019

 

 

In Franco Fontana & Quelli di Franco Fontana, L’Anima di Roma, catalogo della mostra a cura di Riccardo Pieroni, Roma, Palazzo Merulana, 2-17.3.2019

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