IL DENARO È TEMPO
Tre parole: scrittura, denaro, orologio.
Sono le tre invenzioni la cui estensione a sempre più larghe fasce di popolazione ha modificato radicalmente la concezione del tempo. Nelle società industriali occidentali, gradualmente ma inesorabilmente, il tempo quantitativo si è sovrapposto al tempo qualitativo della natura, della liturgia, della persona. Allo stesso modo i numeri espressi dalle monete sostituiscono il valore con il prezzo. Un progressivo abbandono della concretezza a favore dell'astrazione, del controllo individuale a favore dell'imponderabile. Il destino è stato lentamente sostituito dalle "leggi" del mercato.
L'arte della fotografia, come ogni forma di scrittura, è fatta di regole, di organizzazione, di processi. Antonella Di Girolamo sceglie di ricorrere ad una struttura modulare che si compone di due testi paralleli. A destra il testo fotografico, il ritratto di una persona, a sinistra il testo matematico, il calcolo necessario per ottenere un numero che rappresenta gli anni necessari per guadagnare 1.000.000 di euro con l'attuale introito mensile della persona ritratta.
"Non deve interessare la storia delle persone, ma la verità vera che esce dalla matematica, che è neutra. … La massa siamo noi, che andiamo dagli 800 ai 2000 euro. Questo è un lavoro sulla normalità". È quanto dichiara Antonella che forse immagina, ma non lo dice, quali questioni filosofiche sia in grado di sollevare questo suo interessante lavoro. Si comincia dal rapporto tra tempo e denaro e chissà dove si finisce!
Prima domanda: perché è una fotografa a sottoporci una questione così matematicamente evidente? Risposta: perché il tempo è la materia prima della fotografia. Confrontarsi con il "qui ed ora" e, insieme, costruire la memoria, è nella natura della fotografia.
Antonella stabilisce una costante e alcune variabili.
La costante: i soggetti sono inquadrati frontalmente e ci guardano negli occhi. La fermezza del loro sguardo rafforza la certezza della loro esistenza, di conseguenza i dati matematici esposti a lato acquistano la concretezza di una persona reale.
In questo Antonella fa il suo mestiere di reporter che notoriamente usa mostrare i fatti così come sono. Ma è proprio questo il punto: le cose così come sono, il qui ed ora, vengono contrapposte alle cose come dovrebbero essere (l'obiettivo da raggiungere) ribaltando così quel meccanismo di oggettività che l'impianto grafico tenderebbe a mostrare. Fotograficamente parlando il dato oggettivo è costituito dal ritratto e non dalle formule che lo accompagnano. C'è quindi una tensione tra l'essere e il dover essere, tra il concreto e l'astratto, tra il personale e il sociale.
Questa tensione appartiene alla "natura" della fotografia perché è insita nella contraddizione tra il tempo convenzionale (l'orologio o il tempo dell'otturatore che la macchina usa per produrre l'immagine), il tempo individuale del soggetto (che ha una durata e una qualità indipendenti dal tempo meccanico e unidirezionale dei congegni di misurazione) e il tempo individuale del fotografo (per il quale quel singolo istante è significativo all'interno di una propria memoria che non coincide ma è solo tangente con quella del soggetto).
Ecco allora che diviene interessante analizzare le variabili usate da Antonella.
La prima variabile è costituita dai luoghi e dalle luci che differenziano i singoli scatti. Ogni essere è unico e va visto nella sua particolarità. Qui Antonella fa ricorso alla sua esperienza di ritrattista.
L'altra variabile importante è il numero, secco, preciso, apparentemente inevitabile, che identifica la persona: 104 anni sono necessari per raggiungere …
L'associazione tra un numero e un volto ricorda il carcere, i campi di concentramento, i codici fiscali … Tutti sistemi di numerazione estranei alle persone. E' quindi stimolante il metodo di associare un’astrazione numerica con la concretezza di un ritratto: i due modi di vedere una persona.
Propongo all'osservatore un piccolo gioco. Osserviamo i singoli pannelli della mostra.
Proviamo a guardare solo la parte sinistra, i dati. Leggiamoli lentamente perché anche loro hanno bisogno di tempo per essere compresi e assimilati.
Guardiamo ora solo la parte destra, i ritratti. Guardiamoli bene. Osserviamo in profondità gli occhi che ci stanno guardando. Osserviamo gli abiti, le pieghe della pelle, le espressioni accennate.
Guardiamo ora entrambe le parti contemporaneamente.
Siamo proprio sicuri che quei dati corrispondano a quel viso?
Come il tempo dell'orologio, convenzionale, si impone e si contrappone al tempo qualitativo, soggettivo, così quei dati potrebbero farci credere che quel numero sia la "vera" rappresentazione di quella persona.
Ecco allora svelato il metodo usato da Antonella. Quei dati sono sì riferiti alle singole persone ritratte, ma servono principalmente a raccogliere in un gruppo solidale i visitatori della mostra. Servono, cioè, a definire attraverso un meccanismo di proiezione e identificazione la "normalità" di uno stato economico trasversale a tutte le condizioni individuali. Qui entriamo in gioco noi. Mentre ci si rivela l'appartenenza al gruppo sociale di coloro che guadagnano tra gli 800 e i 2000 euro al mese, cresce in noi un senso di infinito, di irraggiungibilità, di inadeguatezza. Quello stesso che proiettiamo sui soggetti delle foto e che diventa il "significato" delle immagini. Infatti, il campo dei significati non appartiene all'autore ma al suo pubblico.
Antonella con il suo lavoro pone un accento sul ruolo della fotografia nel nostro sistema di conoscenza.
Sappiamo che il tempo qualitativo individuale è quello che viene conservato nella memoria. La fotografia interviene invece in modo puntiforme ed elegge l'istante a elemento primario dello sguardo (la memoria sembrerebbe costituita da una somma di istanti ordinati).
Poniamo però una questione. Cosa avviene nei soggetti ritratti tra il momento dello scatto e il raggiungimento dell'obiettivo del milione di euro? È la storia non raccontata, inenarrabile, e forse nemmeno prevedibile o immaginabile che è sottesa al lavoro di Antonella. In questo la fotografa rinuncia all'imperativo del moderno reportage che dovrebbe essere quello di "raccontare storie". Contrapponendo immagini istantanee di persone e dati matematici che sintetizzano il loro futuro, si tira fuori dalla storia e pone al centro l'osservatore che dovrà, se vorrà, costruire la parte mancante … la vita futura del soggetto.
Ma c'è un altro elemento interessante. Se è vero che il futuro è parte del presente (in quanto progetto o anticipazione che avviene qui ed ora) le foto di Antonella rappresentano un punto fermo soprattutto per le persone ritratte, come i piani prospettici che ci permettono di collocare visivamente gli oggetti più vicini o più lontani. Ecco, le fotografie servono a mettere in prospettiva ricordi e progetti così da conferire un valore spaziale al tempo. Proprio per questo contribuiscono a dare un significato ad ogni singolo istante e di conseguenza ci offrono la possibilità di compiere scelte che possano modificare, spazialmente, progettualmente, l'ordine degli eventi e quindi il futuro.
I dati matematici non sono quindi inevitabili, ma solo una delle possibilità. Di fronte ad essi possiamo fare due cose: o sforzarci di abbassare il numero di identificazione guadagnando di più, o rifiutare l'obiettivo e sostituirlo con uno di nostra scelta. Che poi è l'alternativa tra costrizione e libertà.
Nella apparente crudezza (veridicità?) del dato matematico è contenuto lo stimolo a non tenerne conto ma ad aggirarlo o modificarlo o annullarlo, tramutando così la rappresentazione fotografica dell'istante nel suo contrario, il progetto del futuro.
Riccardo Pieroni, 2013
In Antonella Di Girolamo, APPARENT MILLION AGE. Quante vite per un milione di euro, Ed. EDUP, Roma, 2013

